L’UOMO NERO

In Guatemala
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Abbiamo attraversato il Rio Dulce, il fiume del Guatemala che dal Lago de Izabal sfocia nel Mare dei Caraibi. Il viaggio in barca è stato incredibile tra le alte e ripide pareti ricoperte dalla giungla. Dopo circa 1 ora di navigazione, siamo arrivati a Livingston, il paesino alla foce del Rio.

Non appena sbarcati ci siamo resi conto che si trattava di un villaggio di pescatori e di negozietti che si aprivano sulla strada principale.

Oltre ai negozi non avevamo visto molto anche perché i minuti erano contati per poterci reimbarcare, il nostro giro stava terminando.

Ma proprio mentre ci voltavamo per tornare indietro, si è avvicinato un uomo che spingeva la sua bicicletta con le mani. Volto nero bellissimo, ma usurato dal tempo, la barba bianca su quel viso cioccolato pieno di rughe; un fisico incredibilmente scolpito, spalle larghe, larghissime: da ragazzo dev’essere stato un vero adone.

L’uomo nero ci ha chiesto se volevamo vedere “The Real Livingston”. La nostra risposta è stata che non avevamo tempo. La sua ci ha lasciato senza parole, ridendo di noi e scuotendo la testa: “Siete in vacanza, come fate a dire di non avere tempo?”.

Quella domanda è stata una lama. Mi sono guardata da fuori e ho visto una persona che aveva perso il senso più profondo dello stare, dell’ascoltare, dell’osservare, dell’aspettare, del vivere.

Non abbiamo risposto, l’unica cosa che dovevamo fare era seguirlo.

Ci ha accompagnati dentro la vera Livingston.  Camminava al mio fianco, anzi, io camminavo al suo perché lo volevo ascoltare e volevo guardarlo. A tratti dovevo accelerare il mio passo per stargli accanto. Camminava eretto, fiero, per nulla stanco. Era il padrone di Livingston, almeno lo era per me.

Ci scortava tra case colorate, ma diroccate; donne che lavavano le pentole a terra, fuori dalla porta; panni stesi tra una finestra e l’altra; musica assordante che usciva attraverso le finestre aperte; capanne di legno e di paglia; bambini a piedi nudi per le strade; persone che ci guardavano male perché li stavamo “spiando” nelle loro stanze. Un oltraggio.

E poi una nuova popolazione in questa vera Livingston…avevamo lasciato gli abitanti dell’entroterra guatemalteco, con tratti tipicamente latino-americani, statura bassa, lineamenti da indios, per scoprire i Garifuna, i discendenti di schiavi di origine africana.

Mi sembrava di essere tornata in Kenya, in uno dei villaggi che ho visitato tanti anni fa. E poi c’era lui, Mufasa, che ci accompagnava con la sua saggezza e la sua maestosità.

Il tempo passava, ma non ci interessava essere in ritardo, non ci importava del tizio della barca che ci stava aspettando. Quello che stavamo vivendo era molto più importante. Stavamo nutrendo i nostri occhi, le nostre orecchie, la nostra anima.

Mi sono fidata dell’uomo nero, l’ho seguito. Avrebbe potuto portarci ovunque, ma sapevo che ci avrebbe regalato solo bellezza. L’avevo notato dai suoi occhi e dalla grazia della sua andatura.

 

Valentina Iurlaro

Toc toc…
Ciao a tutti! Sono Vale iu e adoro due cose: osservare il mondo e leggere. Credo siano entrambe figlie della stessa mamma: sono una sognatrice. Mi perdo nei dettagli che mi gravitano intorno.
La cosa più complicata è che la realtà che vivo non mi piace, riesco a stare bene solo quando sono altrove, quando i miei occhi si riempiono di bellezze.
Vorrei mollare tutto, preparare un borsone e andare, vagare per il mondo, viverlo da un’altra prospettiva. Chissà, magari prima o poi…

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