L’incubo dell’incoscienza

In Tanzania
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Dal mio diario di viaggio

-Parte settima           23-24 Maggio 2017

Mandara Route,   Gilman’s Point   5685mt

Ore 23.00

Uno dei Porters bussò ripetutamente alla porta in legno dello stanzone. Nelle ore successive alla cena e precedenti al risveglio, centinaia di sensazioni si impadronirono del mio corpo, primo tra tutti un peso sul petto, ansia che stroncava il respiro, respiro in lotta con l’altezza.

Secondo il gelo seguito da una forte emicrania. Una dopo l’altra, sensazioni effetto domino al passo col tempo.

Ore immobili, pensanti, di attesa, finchè quei pugni alla porta, generanono in me i primi movimenti, finchè i piedi ancora dolenti ripresero spazio negli scarponi infangati. Uno sciarpone ed un passa montagna, giacca e pantalone termico, guanti imbottiti, cappello in lana, torcia sul capo e stick alle mani.

Occhi semichiusi e corpi mai stati caldi quella notte. Eppure ogni respiro a contatto con i -10° lì fuori, era una nuvola di vapore. Un passo una nuvola, una nuvola, un pensiero.

Le condizioni di William quella notte peggiorarono, la sua influenza non ci permise di averlo con noi nella scalata della vetta. Ci accompagnarono Joseph e uno dei Porters.

Iniziammo a camminare. Buio illuminato dalle nostre deboli torce, silenzio spezzato dall’attrito dei passi a contatto con il terreno.

Papà e Joseph la notte della scalata

Ricordo un tempo infinito, intrappolato da una mente vuota. I pensieri quella notte lottarono nel venir fuori, fecero a spintoni con la stanchezza e ne uscirono sconfitti. Perché lì su, ogni singola parte della mia testa si uniformò alla temperatura e ogni singolo sforzo si concentrò sul mio corpo. Doveva andare avanti. Io con lui, lui con me.

Io e il mio corpo quella notte ci interrogammo a fondo. Una parte di esso mollò più volte, un’altra spinta dalla volontà ignorò le lacrime e continuò a camminare. Io e il mio corpo ci fermammo su per giù ogni minuto, circa per un’altro minuto ancora. Io e il mio corpo ci ascoltammo e litigammo come non succedeva da tempo, come forse non successe mai.

Io e il mio corpo tirammo dritto le prime 2 ore, pensammo di tornare indietro l’ora successiva, e di arrenderci anche negli ultimi 45 minuti. Fu dura perché andai contro la volontà del mio corpo. Urlava, fremeva, soffriva, e io non lo ascoltai.

Non lo ascoltai quando mi espose il problema, lo ignorai quando mi chiese di seguirlo, non ci feci caso nel momento in cui smise di amarmi. L’amore per me stessa oscurò la sua presenza, come con lui, fece con il mio corpo. Da sempre così, tristemente così.

Sull’uscio, quando lui era pronto ad andare, mi girai, e la consapevolezza si impadronì della realtà.  Nel momento esatto in cui mi resi conto del principio di congelamento che era in atto, incominciai a temere per la mia vita, per la nostra storia. L’incoscienza la persi su quella montagna, la verginità al passo con la paura di perderlo. Il mio corpo.

Reagiva, e decisi di reagire anche io. Lo rincorsi, come faccio sempre sul finire delle cose. Lo rincorsi per non farlo morire. Per non farci morire.

Intorpidimento, congelamento.

Ricordo poco.  Un masso sul quale mi adagiai più volte. Forse più massi. Mio padre che definì la scalata come “incubo del Kilimangiaro”, un senso di colpa che pervadeva il mio stomaco e una tristezza infinita per mia madre e mia sorella lì a casa. Cosa gli avrebbe detto mio padre? Helodie non c’è più.  È morta per congelamento sul tetto d’Africa? E mia madre? Come avrebbe reagito? Sarebbe morta con me probabilmente.

Iniziai a non vederci più bene, appannato e bianchiccio. Joseph mi tolse i guanti, giunse le mie mani in segno di preghiera e se le infilò in bocca, giù fino in gola.  Soffiò, soffiò, soffiò forte, fino allo sfinimento. Dissero che iniziai a riprendere colore, le guance s’infuocarono di un rosa tiepido e mi rimisero in piedi, ricominciai a sentire dolore alle mani e alle ginocchia. Sentire i dolori in quel caso fu sinonimo di ripresa, di vita, come nella vita appunto.

Dissero che l’unica soluzione fosse continuare a camminare, così facendo la mia temperatura corporea avrebbe potuto solo aumentare e questo avrebbe aiutato la circolazione del sangue.

Più volte mi chiesero se volessi scendere, continuare a camminare, ma verso il basso. Più volte il mio corpo mi intimò di farlo. Più volte guardai mio padre, i suoi occhi, la saliva che lo sforzo ci impediva di deglutire, i nostri passamontagna ormai zuppi e gelati.

Ma nonostante le sue parole, io glielo leggevo addosso il desiderio che aveva. Era uguale al mio.  A 20 minuti dalla fine ci legava un’unico obiettivo, un’unica possibilità, un’unica alternativa. Si continuava, niente più ripensamenti, man forte uno dell’altro, più lui per me che viceversa.  Mi sorresse fino all’ultimo passo, mi sorresse ogni volta che la pendenza mi trascinava all’indietro, lui sempre lì dietro alle mie spalle.  Mi sorresse quando il forte vento mi spinse verso il basso e mi salvò la vita quando il mio piede scivolò tra la sabbia e le pietre.

Questa è una storia vera, più volte temetti di perdere il mio corpo quella notte, ma la mia squadra fu più forte di me e il mio capitano non avrebbe mai permesso che ciò accadesse.

Incontrammo un gruppo di indiani, anch’essi sfiniti dalla scalata.  Più lenti di noi, forse anche più stanchi. Il giorno dopo scoprimmo che uno dei tre raggiunse la cima, gli altri tornarono indietro a metà scalata.

Ci fermammo un’altra decina di volte nell’ultimo tratto, provai a bere ma l’acqua della borraccia si era trasformata in ghiaccio. Pause brevi, per non perdere la sensibilità e la poca elasticità dei movimenti che rimaneva.

10 minuti, ora 5. Alzammo gli occhi. Per una volta nessun masso di fronte a noi , nessuna distesa infinita, se non quella del cielo. Dolo 4 giorni si vedeva la fine. Quei 5 minuti erano finalmente palesi, reali, esistenti. Joseph iniziò a gridare:<< Vai Papa, Papa, forza Papa, insieme>>. Il mio Papa (voluto senza accento) fece lo stesso, io mi accodai tra gli sforzi. Nel momento esatto in cui ci resimo conto dei reali 3 minuti che ci separavano dalla vetta, nacque in noi una forza sproporzionata a quella che il nostro corpo fosse in grado di contenere.

Accellerammo il passo, ci aggrappammo con le mani, i piedi ed ogni angolo del nostro corpo a quella roccia, a quel ghiaccio traditore e all’ultimo passo scoppiammo in pianto.

L’ultimo chilometro del tetto d’Africa percorso nelle 4 ore e mezza più lunghe della mia vita, più lunghe perfino della lezione di matematica, seguita dalle due ore di fisica il Venerdì nel 5° liceo.

Su quel terreno lacrime e gioia, abbracci e il cuore più pieno di sempre. Su quel terreno rincorsi il mio corpo, lo afferrai dai capelli quand’era lì per scappare e ci feci l’amore come mai prima di allora. Su quel terreno rincorsi la mia anima, la afferrai dalla vita e decisi di riempirla così. Si nascose più volte tra le incertezze e gli errori, ma riconoscerla fu il più semplice dei giochi.

Il suo segno distintivo non lo perse mai: era quella incosciente.

Kilimanjaro Gilman’s point

Helodie Fazzalari

Mi chiamo Helodie Fazzalari e ho 23 anni. Gestisco un mio personale blog di scrittura, poesia, racconti brevi, ma soprattutto racconto i miei viaggi attraverso testi e immagini. Mi limito a unire le mie tre più grandi passioni: scrittura, viaggio e fotografia, con la speranza che un giorno diventino la base del mio lavoro.

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